SENTIRSI “SENTITI” – Genitori all’ascolto

L’arrivo della pandemia da Covid-19 ci ha inevitabilmente costretti a fare i conti con le conseguenze che questa inaspettata condizione ci ha posto dinanzi, soprattutto in termini di salute mentale. Nessuno ne è rimasto escluso: ogni fascia d’età, a modo suo, è stata colpita sotto diversi punti di vista. Senza nulla togliere a ciò che abbiamo vissuto noi adulti, in queste riflessioni vorrei rivolgere un occhio di riguardo generale ai bambini e agli adolescenti, una fascia della popolazione in evoluzione ed in costante cambiamento, e che quindi presenta un indiscusso livello di fragilità.

Ormai sono di dominio pubblico i segnali di insofferenza che i nostri bambini e ragazzi stanno mostrando a seguito dei mesi difficili che abbiamo vissuto, e con cui continuiamo a convivere, e sono numerosi i professionisti della salute mentale che stanno cercando di attenzionare lo stato di necessità in cui versa questa fascia d’età. 

In tal senso, il susseguirsi degli eventi pandemici, ed il loro impatto sulla nostra vita, ha riportato in superficie quello che è un tema fondamentale, ora più che mai: l’importanza di poter entrare in sintonia e di condividere le nostre emozioni, e riflettere su quanto possa essere prezioso che un genitore riesca a comunicare ed ascoltare un figlio in maniera empatica e sintonica. Questa “abilità” può essere appresa o meno nel corso della propria storia personale, e fa notevolmente la differenza: quando un genitore è in grado di comunicare e di entrare in contatto con le proprie emozioni, sa riconoscerle e decodificarne il significato; questa sorta di “autolettura”, lo aiuterà a sostenere il figlio quando sarà chiamato a sviluppare un elevato senso di empatia e sintonia e a leggere all’interno del proprio mondo emozionale.

Se ci pensiamo bene, in effetti, le emozioni rappresentano quel tipo di esperienza in grado di conferire significati alla nostra mente, e saperle condividere ci offre la possibilità di rendere più salde ed intense le relazioni con le persone che ci circondano.

All’interno di una danza relazionale, le emozioni rappresentano ciò che dà musicalità e ritmo: quando ci sintonizziamo emotivamente con qualcuno, le emozioni che si vengono a creare si integrano nella nostra mente e con quella dell’altro, e contribuiscono a creare un certo livello di risonanza emotiva che consente a ciascuna parte di quella relazione di mettersi in connessione, stabilendo un forte senso di unione e di legame. 

Anche se le fasi della crescita di un bambino si differenziano da quelle dell’adolescenza, possiamo comunque affermare che per un figlio, sia esso in tenera età sia in una fase di crescita più avanzata, sentirsi “sentito” dal proprio genitore lo aiuta dare significato alle proprie emozioni e influenza il modo di vedere sia sé stesso che i genitori: più che cercare di modificare un comportamento, per entrare in sintonia con i nostri figli dovremmo porci al loro livello, capire perché quella circostanza li rende (ad esempio) felici, tristi o arrabbiati, così da aiutarli a dare un certo tipo di valore emotivo ad una determinata esperienza. Questo tipo di connessione acquisisce una maggiore importanza soprattutto quando siamo fisicamente assenti: sentirsi pensato, presente nella nostra mente, per un figlio è una fonte di rassicurazione e di conforto, oltre che di contenimento.

Perché è così importante conoscere e codificare il nostro mondo emozionale? Per un motivo molto semplice. Quando siamo in balìa delle tempeste emozionali, entrano in gioco dei meccanismi profondi e complessi che ci difendono dall’intensità di tali tempeste, di cui ne ignoriamo il significato, ed è possibile che queste situazioni ci portino ad autocentrarci e a farci perdere di vista i comportamenti dei nostri figli, impedendoci di rispondere al loro bisogno di amore e di vicinanza, così come ne avrebbero necessità.

Se non siamo sufficientemente consapevoli delle nostre emozioni, o se siamo bloccati da questioni non risolte, è possibile che non solo non riusciremo a comprendere pienamente la nostra mente e le nostre esperienze, ma anche quella dei nostri figli: le relazioni di natura, per così dire, emozionale, sono particolarmente complicate proprio perché è necessario tener conto di un duplice punto di vista, il nostro e quello di chi abbiamo di fronte. 

Così come è importante che i nostri figli si sentano “visti”, “sentiti” per offrir loro quel grado di sicurezza emotiva che li renda capaci di potersi sperimentare nel mondo, è altrettanto importante che si sentano liberi di poter esprimere le loro emozioni, anche quelle che fanno più paura o particolarmente intense. In questo difficile periodo storico, all’interno del quale anche noi adulti abbiamo dovuto fare i conti con una miriade di vissuti emotivi spesso complessi da gestire, siamo stati travolti tutti (per elencarne qualcuno) da incertezza, paura, rabbia, tristezza, preoccupazioni, e sappiamo quanto sia stato (ed è tutt’ora) difficile garantire ai nostri bambini e ragazzi uno spazio in cui si possano sentire sicuri e liberi di condividere con noi le loro emozioni e le loro esperienze, senza aver paura di mostrarcele.

Non dare importanza a questi vissuti, o addirittura ignorarli e/o sminuirli, potrebbe essere letto da loro come un segnale di disinteresse da parte nostra, o provocare in loro un senso di vergogna, o di colpa, se non siamo pronti abbastanza per ascoltarli. 

Comprendere un figlio significa conoscere i suoi punti di forza, ma anche e soprattutto quelli di debolezza: accoglierli nella loro unicità significa aiutarli a calmarsi nei momenti di angoscia e ad aprire il loro cuore, per mostrarci il loro vero Sè. Sminuire, scoraggiare, far vergognare un bambino o un ragazzo dei propri comportamenti, o delle sue emozioni, li porterà a pensare di essere “sbagliati” e ad evitare di sintonizzarsi con l’adulto di riferimento.

La vergogna è un vissuto che può accompagnarci fino all’età adulta, e che spesso scoraggia dal mostrare il vero Sè: mettere da parte il giudizio, ed andare oltre le interpretazioni personali riguardo ciò che accade ai nostri figli, significa “vederli” per come sono realmente. Ed è uno dei regali più belli che possiamo fare loro.

Dott.ssa Valeria Gonzalez

BIBLIOGRAFIA

Siegel D. J., Hartzell M. (2016), Errori da non ripetere – Come la conoscenza della propria storia aiuta ad essere genitori, Raffaello Cortina Editore, Milano.

Siegel D. J., Payne Bryson T., (2020), Esserci – Come la presenza dei genitori influisce sullo sviluppo dei bambini, Raffaello Cortina Editore, Milano

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