LA DANZA DELL’INFEDELTA’ CONTEMPORANEA: IL TRADIMENTO EMOTIVO

(fonte: immagine tratta dal web)

“L’intimità è una questione di sguardo. Parlerò con te, mio amato, e dividerò con te i miei beni più preziosi, che non sono più la mia dote e il frutto del mio grembo, ma le mie speranze, le mie aspirazioni, le mie paure, i miei desideri, i miei sentimenti: in altre parole, la mia vita interiore. E tu, mio amato, mi guarderai con attenzione. Non smanettare col cellulare mentre metto a nudo la mia anima. Ho bisogno di sentire la tua empatia e la tua legittimazione. Il mio significato dipende da questo.” 

(Esther Perel (2018), “Così fan tutti – Ripensare l’infedeltà” Solferino, pag.65)

Per quanto antico, il tema dell’infedeltà coniugale rappresenta un argomento ancora oggi avvolto da vergogna e tabù: parlarne con oggettività è assai complesso, perché il rischio di cadere in riflessioni dal tono moraleggiante è prevedibile.

Partiamo dall’inizio: già dal primo appuntamento, quando due si incontrano, stabiliscono (anche un po’ inconsapevolmente) un insieme di regole e di ruoli, iniziando a tracciare confini per definire ciò che è dentro e ciò che fuori. Ovvero, l’io, il tu, ed il noi di coppia. L’infedeltà di coppia rappresenta una violazione del patto di fiducia tra due persone che hanno scelto di stare insieme.

Fino ad un paio di generazioni fa, il matrimonio era rappresentato da un contratto tra due individui all’interno del quale l’amore era un valore aggiunto: il vincolo matrimoniale serviva principalmente a garantire sopravvivenza economica e riscontro sociale. Paradossalmente l’infedeltà poteva rappresentare quell’area, al di fuori del legame coniugale, in cui poter sperimentare sentimenti ed emozioni, dove potersi realmente innamorare. Del piacere e della sessualità, poi, non ne parliamo perché i rapporti sessuali servivano esclusivamente a procreare: la fedeltà coniugale e la monogamia, oltre che rappresentare le basi del patriarcato imposti alle donne, servivano a garantire patrimonio e discendenza, niente di più, niente di meno. Sposarsi era per la vita, senza o con pochissime vie di fuga, bisognava restare insieme nella buona e nella cattiva sorte, finché la morte non ci avrebbe separato.

Partendo anche dall’esperienza clinica odierna con le coppie, sto osservando quanto siano cambiate moltissime cose, e quanto sia forte e frequente nei più un desiderio in particolare: oggi vogliamo essere “felici”. La felicità non rappresenta più un desiderio, un’ambizione, ma in certi casi un ordine, e a volte la pretendiamo quasi con senso di rivalsa, come se dovessimo riscattarci da chissà quante ingiustizie o delusioni accumulate magari anche a causa di quel legame che non si è rivelato secondo le nostre aspettative e ci ha reso infelici. La qualità della nostra relazione coniugale è diventata un aspetto fondamentale per il raggiungimento della “felicità”. In questo periodo storico, non sono tanto i nostri desideri ad essere diversi, ma è cambiata la forza e la motivazione nel realizzarli, anzi ci si sente quasi in obbligo a perseguire certi obiettivi, dopo svariati periodi di sofferenza. Ci sentiamo in dovere nei nostri confronti, non importa se a rimetterci saranno coloro che amiamo: noi ed il nostro benessere psichico veniamo al primo posto. 

Saranno questi i passi della nuova danza dell’infedeltà contemporanea?

Un tempo ci si tradiva perché il matrimonio era carente di amore e passione; oggi si tradisce perché il matrimonio non riesce ad offrire l’amore, la passione e l’attenzione incontrastata che ci aveva promesso e che, ad un certo punto, non abbiamo più trovato. Ci sentiamo illusi e si avverte il bisogno di cercare altrove.

Il bisogno di essere più felici può portare a volgere lo sguardo al di fuori della coppia, soprattutto quando ci sentiamo annoiati, poco capiti ed arricchiti emotivamente, con la possibilità che si venga ad affacciare un preciso desiderio: ritrovare quell’intimità emotiva attraverso il tradimento, un gesto che va a rappresentare un disperato tentativo di riaccendere quel fuoco che un tempo ci faceva sentire desiderati, speciali, visibili, degni di attenzione, e che oggi sembra essersi spento (Perel, 2018). 

Per quanto sia legittimo, pensare di poter soddisfare tutti i nostri bisogni emotivi attraverso un’unica persona è una faccenda delicata, perché potrebbe rendere la relazione più vulnerabile: consegnare nelle mani del partner il compito di renderci persone serene, felici e risolte è assai pericoloso, perché si rischia di investirlo di una serie di responsabilità che non è tenuto a rispettare in toto. 

L’infedeltà ha molto a che vedere con il desiderio di sentirsi desiderati, speciali, visibili: queste sensazioni portano, senza dubbio, un coinvolgimento che ci riporta a vita nuova, è pura energia al sapore di trasgressione che scorre nelle vene. Ecco perché si parla sempre di più dell’infedeltà come una violazione non solo dell’intimità fisica, ma anche e soprattutto emotiva: il partner, solitamente, rappresenta il nostro punto di riferimento emotivo, la sola persona con cui condividere i nostri bisogni più profondi, i rimpianti, i nostri sentimenti più inquieti. Il tradimento emotivo rappresenta un modo di ricreare, al di fuori della relazione “ufficiale”, quella vicinanza intima ed emotiva che dovrebbe essere riservata al partner: se quel legame si è costruito sull’intimità emotiva e sull’onestà assoluta, aprire la nostra vita interiore ad un terzo, pur non essendoci alcun avvicinamento fisico, potrebbe sembrare certamente un tradimento.

Tradire “emotivamente” è una possibilità che per molti rappresenta l’opportunità di vivere una realtà “parallela”, nella quale poter immaginare, scoprire e reinventare sé stessi. Innamorarci di qualcuno di estremamente differente da noi, ad esempio, qualcuno che non potrebbe mai diventare un partner di vita, rappresenta quell’evasione, quella trasgressione che ci porta a rompere le regole di una quotidianità di coppia che alcuni sentono fatta di doveri ed obblighi. La clandestinità, elemento chiave dell’infedeltà, rappresenta un modo per scoprire nuove parti di sé, una nuova identità, magari una sconosciuta ed intrigante versione di noi stessi. 

Ricostruire ed identificarsi in questi passaggi può essere di aiuto nel comprendere perché anche persone con matrimoni o relazioni soddisfacenti siano attratti dal tradire il partner: il potere seduttivo della trasgressione può rivelarsi improvvisamente, soprattutto per chi ha sempre condotto una vita normativa e “responsabile”, e più o meno consapevolmente sogna di infrangere le regole. Un vero e proprio atto di ribellione verso quei ruoli che ci sono stati assegnati o a cui ci siamo rassegnati di dover adempiere, e dai quali ci siamo sentiti imprigionati. La dimensione del tradimento può rappresentare quella possibilità di vivere le vite che non abbiamo mai vissuto, di conoscere una nuova parte del proprio Sè. 

L’altra complessa parte legata all’infedeltà è rappresentata dal grande dolore del partner che subisce il tradimento: chi viene tradito attraversa un vortice di insicurezza e di confusione perché tutto quello che di sicuro e rassicurante aveva costruito insieme all’altro è crollato, ed anche i momenti felici, soprattutto quelli più intimi, sono venuti meno e non possono essere più portati alla mente con amore ed affetto. La ferita intima di una tale mancanza di fiducia tocca l’autostima, ci si sente meno meritevoli di essere amati, si può provare vergogna ed umiliazione. Il carico emotivo è devastante, perché dopotutto il nostro partner ci sta comunicando che non siamo più così unici e speciali come avevamo creduto, mandando in frantumi il cuore di una relazione ed i progetti di una vita insieme. Il momento della rivelazione è al pari di un trauma, anche per tutta la gamma di reazioni che lo accompagnano: rabbia incontrollata, dissociazione, pensieri intrusivi sono solo alcune delle modalità con cui si può reagire ad uno choc simile.

Il tradimento è un’esperienza complessa, e sperare di non imbattersi in una situazione del genere è ovviamente auspicabile. In psicoterapia, quando incontriamo una situazione di infedeltà coniugale, l’obiettivo è capire il significato di un tale evento, e collocarlo all’interno della storia di quella specifica relazione: per quanto possa sembrare assurdo, il tradimento (emotivo e non) è sicuramente una ferita immensa, ma, se lo si desidera, è possibile rimarginarla. Per la coppia può addirittura diventare un’occasione per ri-conoscersi, per crescere, poiché dietro la figura del “traditore” e del “tradito” ci sono due persone, provenienti da vissuti e storie differenti. Cercare di dare un significato a ciò che è successo e comprenderne le cause non vuol dire giustificare o sminuirne la portata; significa dare una forma più umana all’accaduto, provando ad accogliere chi abbiamo davanti con un atteggiamento non giudicante e moralizzante, mirato esclusivamente all’aiuto della coppia e/o del singolo.

Questo articolo nasce a partire dalla lettura di un libro che mi ha molto ispirata. Per chi desiderasse approfondire l’argomento, consiglio fortemente il testo della dott.ssa Esther Perel, terapeuta di fama mondiale: “Così fan tutti – Ripensare l’infedeltà”, edito da Solferino.

“Quando due persone devono affrontare il fatto di aver vissuto due realtà diverse ma senza che una di loro ne fosse al corrente, si tratta di un crollo devastante: pochi altri eventi nella vita di una coppia, forse solo la morte e la malattia, possiedono una forza tanto distruttiva”. (Esther Perel, 2018, pag.83)

Dott.ssa Valeria Gonzalez – Psicologa Psicoterapeuta

DI FERITE DA CURARE E DI DOLORI DI CUI SIAMO PORTATORI (IN)CONSAPEVOLI

Oh, ma perché incontro solo narcisisti patologici? “ – “Eh, ma quell* si gira così perché è bipolare!” – “Che ansia! Certo che sei proprio paranoic*!!” –  “Ma stai mangiando? Che vuoi diventare anoressic*???”

Negli ultimi tempi c’è un gran parlare di salute mentale, di devianze, di cosa è “patologico” e cosa non lo è. Affermazioni – etichette – come quelle riportate di sopra -al di là del motivo o dell’intenzione per cui vengono condivise – rischiano di farci perdere di vista chi abbiamo davanti, e di non considerare che dietro ognuno di noi c’è una complessità.

All’origine di ogni nostro comportamento, delle nostre emozioni, dei nostri atteggiamenti ci sono delle storie, alla base delle quali risiedono delle eredità emotive da rintracciare e da scoprire per capire gran parte (o quasi) delle nostre azioni, e che condizionano fortemente, nel bene e nel male, la nostra salute fisica e mentale.

Durante le mie settimane di pausa estiva, ho avuto il privilegio e l’onore di immergermi in questa lettura (L’eredità emotiva – Una terapeuta, i suoi pazienti e il retaggio del trauma – di Galit Atlas [2022], Raffaello Cortina Editore, Milano) che ha mi lasciato una ricchezza inestimabile: di storie, di parole, di esperienza, di professionalità, di coraggio, di speranza ma soprattutto di racconti di traumi enormi a cui è stato possibile attribuire un significato differente. Le mie riflessioni a riguardo sono numerose.

Innanzitutto Galit Atlas, psicoanalista supervisore newyorkese, ha saputo accogliere e raccogliere in modo esemplare i racconti straordinari di persone che, grazie al lavoro terapeutico, hanno imparato a prendersi cura dei propri sintomi e della propria storia, e a concedersi la speranza di potersi amare ed accettare per quello che si è, senza colpevolizzarsi ulteriormente di come non avessero già fatto. 

Per noi terapeuti sistemici, il discorso della trasmissione intergenerazionale dei traumi è qualcosa di già noto: ereditiamo, nella nostra mente e nel nostro corpo, ciò di cui siamo a conoscenza, ma soprattutto tutto ciò di cui non abbiamo consapevolezza. La novità contenuta in questo testo è relativa all’epigenetica: sono stati portati a termine degli studi in cui viene analizzato il modo in cui i geni delle generazioni successive a quelle che hanno vissuto un trauma si modificano e si trasmettono. Non più solo una deduzione psicoanalitica, ma una conferma neuroscientifica: i figli dei genitori che hanno vissuto o sono stati esposti a dei traumi hanno più probabilità di presentare sintomi riconducibili ad un disturbo post-traumatico da stress, se dovessero entrare in contatto con eventi traumatici. 

Le persone che amiamo e quelle che ci hanno cresciuto vivono dentro di noi; proviamo il loro dolore emotivo, sogniamo i loro ricordi, conosciamo anche ciò che non ci è stato esplicitamente comunicato, e tutto questo plasma la nostra vita in modi che non sempre comprendiamo. Ereditiamo i traumi familiari, anche quelli di cui nessuno ci ha parlato”, dice la Atlas.

E’ un po’ come dire che viviamo una vita non totalmente “nostra”: il modo di amare, di affrontare i dolori, di gestire i cambiamenti, di attraversare il passato per capire come vivere nel presente è inevitabilmente “contaminato” dai “fantasmi” delle generazioni precedenti. Ora: capisco che, detta così, sembra che siamo totalmente destinati ad una vita complicatissima e costantemente segnata dagli errori e dai traumi non elaborati di genitori, nonni, e bisnonni.

Ed è qui che arriva la libertà di scegliere. La libertà di poter decidere se essere i protagonisti attivi del nostro futuro o, al contrario, bloccarci nella nostra storia passata. “Per evolvere ed essere creativi è necessario separarsi e vivere il futuro, anziché cullarsi nel passato”, dice la Atlas. Questo, paradossalmente, è proprio uno dei motivi per cui è così difficile potersi prendere cura della propria storia e delle proprie ferite, consapevoli o meno: vuol dire rischiare di conoscere delle parti del proprio Sè che mai avremmo immaginato di incontrare ed integrarle con quelle che già conosciamo, risignificare parti di noi e della nostra storia familiare senza filtri che vadano a proteggere ciò che ci è sempre stato presentato in un modo, ed invece è tutt’altro.

Ci vuole coraggio, determinazione e tanta motivazione: affrontare questo tutto materiale emotivo richiede di venire a patti con la consapevolezza di accettare ciò che nelle generazioni precedenti è accaduto, un materiale che magari non è mai stato elaborato. E poi accade che, un giorno, qualcuno spezza la catena: ciò che è successo, ormai non è più possibile cambiarlo, questo è ovvio. Ma poter piangere i dolori e le perdite, essere compassionevoli e comprensivi verso i propri errori e quelli delle generazioni precedenti, vuol dire che scegliamo di aprirci ad un nuovo scenario, quello della vita.

Una vita che vale la pena di essere vissuta, nonostante tutto.

Dott.ssa Valeria GonzalezPsicologa psicoterapeuta

“Unorthodox”: la forza della resilienza – Storia di una rinascita

Quand’ero bambina aspettavo di crescere, di accumulare esperienze e fare delle scelte, di formarmi come persona. Quella persona, o quella sembianza di una persona, aveva delle radici. Solo quando diventai più grande mi chiesi se sarei sempre stata così – se il modo in cui si forma una persona determina per forza di cose quella che sarà in futuro. […] Potete chiamare questa presa di coscienza in molti modi. Chiamatela trasformazione. Metamorfosi. Slealtà. Tradimento. Io la chiamo un’educazione.

Tara Westover – L’educazione

Sono ormai giorni, settimane, mesi che ci vedono protagonisti di un evento storico senza precedenti, la pandemia globale da Covid-19: abbiamo attraversato (e stiamo tutt’ora attraversando) giorni durissimi che, credo, difficilmente cancelleremo dalle nostre menti. Il campo della salute mentale che tanto amo e di cui mi occupo, mi ha portato ad osservare cosa stesse accadendo intorno a noi, e tra le varie dinamiche a cui ho avuto modo di assistere è che siamo letteralmente sommersi da una quantità spropositata di consigli e/o suggerimenti su come e cosa mangiare in quarantena, quali sono gli esercizi fisici più indicati per combattere la sedentarietà, quali libri leggere, come combattere l’ansia e l’angoscia per il futuro, e tante tantissime altre indicazioni per trascorrere e gestire il tempo “nel miglior modo possibile”, in questa fase storica che ci fa sentire sospesi ed immobili.

Come psicoterapeuta, nel mio piccolo, sento molto la necessità di condividere una riflessione elaborata anche da diversi altri colleghi: più che tenerci costantemente impegnati “a fare qualcosa”, credo che accogliere le nostre emozioni per come ci si presentano e prendercene cura, positive o negative che siano, sia un atto doveroso verso noi stessi, un vero e proprio gesto d’amore.

A tal proposito, se vi va di approfondire queste riflessioni (e non solo), vi invito a leggere su http://www.psicologiafondi.com, un interessante post della collega Alessandra di Fazio, il link lo trovate qui: https://psicologiafondi.com/2020/03/24/coronavirus-nuovi-territori-relazionali-tra-paure-e-risorse/.

In altre parole, potremmo “approfittare” di questa fase per prenderci cura della nostra salute mentale, per metterci in contatto con i nostri pensieri ed emozioni, come anche osservare la nostra mente per avere un’idea più chiara sulle strade che vorremo percorrere una volta che questa situazione di immobilità si trasformerà in una fase più dinamica (perché, presto o tardi, succederà). Siamo animali sociali, lo sappiamo: è innaturale vivere reclusi tra quattro mura, senza la possibilità di poter interagire fisicamente con le persone che fanno parte dei vari ambiti della nostra esistenza. Tuttavia, per chi ha avuto l’immensa fortuna di stare bene e al sicuro, la pandemia che stiamo vivendo ci sta offrendo delle possibilità mai viste prima, come, appunto, il poter “concimare” la nostra mente, magari selezionando con cura il tipo di “fertilizzante” che vogliamo utilizzare: le storie che parlano di speranza, di coraggio e di rinascita rappresentano sicuramente una spinta per arginare i momenti più aridi delle nostre giornate.

E a proposito di concimi, rinascite e nuove primavere, oggi vi parlo di “Unorthodox“, che, a mio avviso, non è solo una miniserie (presente su Netflix), ma, in un periodo come questo, la definirei quasi una carezza rassicurante: è una storia che parla di sistemi relazionali e familiari, di riti e rituali religiosi ultragenerazionali dalla cui lealtà non si può evadere. Ma è anche (e soprattutto) la storia vera di una giovane coraggiosa donna che ha saputo rompere le pareti di una casa che l’aveva nauseata e tenuta prigioniera da sempre, che ad un certo punto si è vista costretta a rinnegare la lealtà e le radici verso il proprio sistema religioso e familiare, per poter scegliere finalmente chi essere e trovare delle radici ancora più solide a cui poter appartenere, e di cui sentirsi parte.

La miniserie è liberamente ispirata al romanzo autobiografico di Deborah Feldman, pubblicato nel 2012, “Unorthodox – The scandalous rejection of my Hasidic roots“, ed è quasi interamente girata in yiddish. Racconta la storia di Esther (Esty): sposa a soli 17 anni per un matrimonio combinato, Esty vive secondo le leggi degli Ebrei Chassidici, una comunità ultraortodossa confinata nel distretto di Williamsburg a New York, ed ossessionata dall’interpretazione letterale dei precetti del Talmud e dal rispetto maniacale delle proprie radici ebraiche. La particolarità, infatti, è che chi appartiene a questo tipo di credo sceglie di vivere in una sorta di isolamento sociale perenne, rispetto a chi non fa parte della loro comunità: è severamente vietato ogni contatto che non sia lavorativo col mondo esterno, come anche l’utilizzo della tecnologia, se non strettamente indispensabile.

Ma soprattutto, questa serie mostra in maniera evidente che la religione, non importa quale, quando diventa fanatismo, rappresenta un’oasi felice dietro la quale si celano comportamenti inaccettabili, e che la più benevola memoria di un dolore passato, si può trasformare in una scusa per corrompere e generare “adepti” di un mondo che invece di aprirsi, si chiude a prigione per difendersi da nemici qualificati a priori. Più in generale, Esty, grazie alla sua storia, ci mostra come un popolo, a lungo oppresso e perseguitato, invece di affidarsi e di credere nella cooperazione col prossimo, ha scelto di avere paura e di rinunciare al coraggio, di non avere fiducia negli altri, nascondendosi all’interno di una roccaforte che, invece di proteggerli, li ha resi nemici di sé stessi.

Il risultato di un tale sistema è che viene penalizzata la parte più fragile di questa comunità, la parte femminile: Esty, come tutte le ragazze nubili della sua età, viene ridotta a merce su cui contrattare e considerata come un essere il cui unico scopo è procreare per Israele, esaltando la sua sottomissione al marito, e colmando, così, le vittime dell’Olocausto. La scena della cerimonia nuziale è assai significativa (non a caso l’ho scelta come immagine di presentazione di questo post): la sposa è coperta e consegnata dalla famiglia d’origine a quella che sta per costruire con il neo-marito, come se fosse merce da scambiare tra uomini in affari. Successivamente al matrimonio, le donne vengono private della loro individualità e del proprio corpo, costrette a vestirsi con abiti insulsi e a rasarsi i capelli a zero, concedendosi giusto il lusso di una parrucca o di un turbante colorato.

Ma Esty, una volta sposato il giovane Yanky, comprenderà che la sua vita non può ridursi ad essere “la moglie di Yanky Shapiro”, e diventerà la dimostrazione per sé stessa che “tradire” le proprie radici per poter tornare a scegliere chi essere non è slealtà, non è un peccato imperdonabile. Non riuscire a sopportare soprusi ed abusi, non riuscire ad avere rapporti sessuali con il giovane marito e a garantirgli una progenie non farà di lei una donna “sbagliata” o “guasta”. Ecco perché, un po’ per ritrovare le sue radici materne perdute, un po’ per sfida, Esty decide di scappare a Berlino, città dalla quale partì l’eccidio nazista e che ancora oggi viene guardata con sospetto dagli ortodossi. Ed è proprio a Berlino che ritroverà sé stessa, riscoprendo la passione per la musica e per il pianoforte, che studiava segretamente a New York; grazie ad un gruppo di musicisti, che poi diventeranno suoi amici, conoscerà il gusto dello stare insieme, e si innamorerà di un ragazzo che la aiuterà a prendere coscienza che la sessualità è fatta del piacere di toccarsi, di accarezzarsi, di sentire l’altro, invece che di meccanicità e di dilatatori per ragazze “sbagliate”.

Se dell’isolamento Esty, grazie al suo coraggio ed alla sua resilienza, ne ha costruito un’opportunità, chi proprio non riuscirà ad evolversi sarà suo marito Yanky: dire no al ruolo del figlio obbediente e del marito fedele ai precetti del Rabbino, finirà per essere il carnefice di Esty, in quanto non si rivelerà abbastanza coraggioso da affrontare la sua famiglia ed i loro dogmi religiosi. Tutto sommato, “un bravo ragazzo” che imparerà a piangere e a riconoscere di aver sbagliato, ma non troverà mai la stessa forza di Esty per liberarsi e ritrovare la propria individualità.

Questa storia, così come è stata magistralmente raccontata, potrebbe portarci, se vogliamo, a cogliere diversi aspetti in comune tra l’isolamento concreto che stiamo vivendo e quello vissuto da Esty: certo, sono due tipi di “cattività” completamente differenti, ma la forza interiore che spinge a voler rinascere, il bisogno di liberarsi dalle pareti che privano dell’aria aperta, il desiderio di poter tornare a relazionarsi in modo “sano”; ecco, tutti questi bisogni non ci rendono poi così tanto differenti da questa ragazza. La storia di Esty è una storia universale, che parla della capacità di trovare la propria strada, dell’arte come salvezza per l’espressione della propria individualità, della libertà di potersi sentire donne (o uomini) a prescindere dai dettami religiosi o della società, della determinazione a superare le avversità della vita grazie alla forza della resilienza.

Ma, soprattutto, parla della capacità di vedere opportunità, laddove sembrano esserci solo ostacoli ed impedimenti. Rendere un evento traumatico, una possibilità per ricostruire il proprio futuro. E in questi giorni, devo dire, che una consapevolezza del genere, ci può fare solo decisamente bene.

Dott.ssa Valeria Gonzalez – Psicologa Psicoterapeuta

BENVENUTO SETTEMBRE, TEMPO DI NUOVI INIZI!

Settembre è il mese del ripensamento sugli anni e sull’età,
dopo l’estate porta il dono usato della perplessità, della perplessità…
Ti siedi e pensi e ricominci il gioco della tua identità,
come scintille brucian nel tuo fuoco le possibilità, le possibilità…

Francesco Guccini, Canzone dei 12 mesi

Se c’è una cosa di cui sono sempre stata convinta è che il potenziale inizio di una nuova fase della propria vita possa essere simbolicamente sancito da un giorno preciso: il primo lunedì di settembre, il vero ‘caput anni’, il vero inizio dell’anno. Ricordo che da bambina attendevo con trepidazione l’arrivo di questo mese: zaini da riempire, diari, libri, quaderni illibati tutti da scrivere, vivere e studiare, l’imminente arrivo del mio compleanno, rivedere tutti i miei compagni di scuola dopo la pausa estiva, il ritorno alla solita quotidianità che tanto rassicura i bambini. Crescendo, mi sono resa conto di aver conservato e custodito gelosamente quell’entusiasmo, quell’energia e quella carica che solo i nuovi inizi sanno offrire, e che mi hanno sempre aiutato a vedere questo periodo come un’opportunità.

Settembre rappresenta quel mese che, quando sopraggiunge, ci riporta più o meno “brutalmente” alla quotidianità, invitando a lasciarsi alle spalle la bella stagione e (per chi ha potuto concederselo) quel sano e meritato relax che ha allietato le giornate estive e ci ha fatto oziare. Le scuole riaprono i battenti, le città si riempiono e si ripopolano, la routine rallentata dalle vacanze pian piano viene sostituita dalle nostre frenetiche corse contro il tempo, gli uffici riprendono i soliti orari, i negozi riaprono e le aziende ripianificano le loro attività: insomma, settembre è un po’ come una ‘tabula rasa’, dove tutto sembra essere pronto ad essere rimesso in discussione, rinnovato, risignificato.

Perché a proposito di significati, il nono mese dell’anno porta con sé un’enorme potenza simbolica: mese numero nove, come quelli che servono per concludere approssimativamente una gravidanza, settembre può sollecitare la capacità di ri-portarci “alla luce”, a simbolo di una potenziale nascita (o ri-nascita) interiore e/o esteriore. Pensateci bene: quanti di voi hanno già pensato a piccoli o grandi cambiamenti, buoni propositi, o modifiche alla propria vita?

“Da domani alimentazione sana e palestra”; “Vorrei tanto riuscire a dare una svolta alla mia attività”; “Quasi quasi taglio i capelli e cambio colore”; “Mi piacerebbe iscrivermi a quel corso”: questi sono solo alcuni esempi degli obiettivi che solitamente tornano alla carica in questo periodo in cui siamo sicuramente più proiettati al futuro, che forse non a gennaio.

Succede, però, che a volte la ripresa dei soliti ritmi e l’incombere di un periodo che racchiude in sè potenziali crescite e cambiamenti, può risultare difficile da gestire a causa di quella che viene definita ‘sindrome da rientro‘, o ‘post-vacation blues‘. Questa sindrome, che colpisce sia uomini che donne, può presentarsi con diversi sintomi (ansia, lieve abbassamento del tono dell’umore, insonnia, nervosismo, difficoltà nella gestione della quotidianità) nella fase di passaggio tra la fine del periodo ‘vacanziero’ e la successiva ripresa delle abitudini ordinarie. Dopo aver assaporato, anche se per un breve periodo, un senso di libertà dai propri impegni e dalle proprie responsabilità, si ha la sensazione che tutto il benessere ed il buon umore guadagnato grazie alla pausa estiva, svaniscano non appena si è varcata la soglia degli impegni quotidiani.

Quando la condizione mentale del rientro diventa troppo pesante da gestire ed il solo pensiero risulta soffocante, la psicologia può esserci di aiuto: non focalizzarsi sulle preoccupazioni della routine da riprendere, ma concentrarsi sugli aspetti positivi delle vacanze, e pensare di aver potuto godere di giornate piacevoli e leggere, potrebbe rivelarsi una strategia estremamente utile. Anzi, questa sensazione di benessere dovrebbe aiutarci a ricordare che dovremmo prenderci più cura di noi stessi e di concederci almeno settimanalmente, e seppur per poche ore, dei momenti che ci aiutino a ricaricare le batterie e a prendere una pausa dai doveri quotidiani. Non conta il ‘dove’, ma il ‘come’. Anche i buoni propositi che solitamente nascono in questo periodo dobbiamo farceli amici: selezionare i cambiamenti di cui abbiamo realmente bisogno (‘pochi ma buoni’) potrebbe essere una buona idea, piuttosto che accumularne molti e correre il rischio di restare delusi ed sentirsi in colpa per non essere riusciti a portarli tutti a termine.

Ad ogni modo, se questa condizione di malessere dovesse impattare in modo significativo sulla propria quotidianità, in termini preventivi, potrebbe essere utile richiedere una consulenza psicologica, e/o eventualmente iniziare una psicoterapia: chiedere aiuto ad un professionista potrebbe essere importante per comprendere più da vicino il significato che i nostri stati d’animo vogliono comunicarci e contenere lo stress ed i pensieri correlati.

Dott.ssa Valeria Gonzalez – Psicologa Psicoterapeuta

DANZANDO CON LE RELAZIONI

La danza della vita, Edvard Munch, 1899, Galleria Nazionale di Oslo.
La danza dell’amore di una donna, attraverso le varie fasi del ciclo di vita.

” I rapporti si scelgono e subiscono, si costruiscono e distruggono

vari versatili e variabili, non sottometterli a una norma.

E pensare che alle volte sembra ci imprigionino,

e pensare che altre volte invece non ci bastano

uno che ci faccia ridere, un altro piangere,

come sempre, come ovunque, come noi.

Niccolò Fabi, Rapporti

Il mio interesse per le relazioni, per i rapporti, probabilmente nasce nel momento in cui sono venuta al mondo: sono sempre stata incuriosita ed affascinata dall’interazione con l’altro, dall’ascoltare altre storie diverse dalla mia, dello stare in contatto.

Dunque, come mai la scelta di pensare alle relazioni come uno spazio terapeutico e metaforico in cui poter danzare, assieme? La danza, se vista come un linguaggio accessibile a tutti, rappresenta uno strumento di inclusione sociale, e l’utilizzo che facciamo del nostro corpo, nel suo significato originario, si mostra come veicolo primario di cui disponiamo per relazionarci con il mondo. 

In psicoterapia avviene la stessa cosa: che sia un percorso individuale, di coppia o familiare, terapeuta e paziente decidono di mettersi in relazione attraverso il proprio corpo, e a seconda del tipo di percorso scelto. Potremmo trovarci davanti ad una coreografia in cui è il solo paziente ad esserne protagonista; oppure un passo a due, come nella terapia di coppia; o ancora, una coreografia di gruppo, nel caso di una terapia familiare. Il palcoscenico su cui ci si esibisce è rappresentato dallo spazio terapeutico che il singolo, la coppia o la famiglia co-costruisce assieme al proprio terapeuta.

Il movimento è un aspetto fondamentale della relazione terapeutica, che porta con sè l’obiettivo della possibilità di scelta per il soggetto in terapia. E’ un processo di continua trasformazione, all’interno del quale avvengono numerosi scambi di significati. Ecco perchè, quando parliamo di relazione tra due o più individui, la si può paragonare ad una danza in cui si è in funzione reciproca: nello specifico della relazione terapeutica, il paziente è in funzione del terapeuta, e viceversa.

Il cambiamento e la crescita, dunque, non avvengono perché è il terapeuta a sollecitarlo, ma perché si viene a creare una relazione in cui il singolo, la coppia o le famiglie si sollecitano a vicenda, all’interno di una propria sinfonia, con l’obiettivo di trovare un proprio ritmo ed un proprio tempo, esattamente come nella danza.

Questo blog nasce dal desiderio di poter condividere, con chi lo visiterà, numerosi aspetti della mia professione di psicologa e psicoterapeuta, e degli interessi che gravitano attorno a queste discipline, a me molto care.

Buona navigazione!

Dott.ssa Valeria Gonzalez