Légami o legàmi: il NO in amore come strumento di conoscenza di Sè stessi

Il mondo relazionale di ognuno di noi, che si sviluppa attraverso i rapporti con i gruppi a cui apparteniamo, è fondamentale per la nostra sopravvivenza: il bisogno di appartenere ci riguarda fin dalla nascita, quando veniamo accolti nella nostra famiglia d’origine. E’ grazie ai legami affettivi con la nostra famiglia che possiamo esplorare il mondo, sentendoci protetti, e riconoscendo quel punto di riferimento fondamentale da cui poter ritornare ogni qualvolta ne sentiamo il bisogno. La sicurezza e la fiducia verso noi stessi saranno tanto più valide quanto sentiremo solidi i legami familiari: essi raccontano la storia affettiva di ognuno di noi, permettono di dare senso alle relazioni e di dare differenti tonalità affettive ai diversi rapporti con gli altri.

Non meno importante, anche la capacità di saper definire e conoscere i propri confini personali è direttamente correlata alla flessibilità ed alla sicurezza che abbiamo sperimentato all’interno delle relazioni familiari, rivelando quanto liberamente ed autonomamente saremo in grado di amare nella vita di coppia. La differenziazione è quel processo grazie al quale diventiamo più “autenticamente” noi stessi, pur mantenendo attivo il legame con chi amiamo: è un processo di modellamento individuale che dura per tutta la vita, e nella coppia si contrappone al bisogno di stare insieme. La differenziazione, infatti, richiede l’equilibrio di due forze vitali basilari: la spinta all’individualità, che ci spinge a stare per conto nostro e a creare la nostra identità, e la spinta alla razionalità, che ci porta a desiderare di essere parte di un gruppo.

Abbandonare la propria individualità per restare uniti al partner è, a lungo termine, fallimentare, come anche abbandonare la relazione per mantenere la propria individualità. In altre parole, la differenziazione influenza enormemente il nostro modo di porci in relazione perché rappresenta la capacità di mantenere il senso di Sè quando siamo emotivamente e/o fisicamente vicino agli altri, soprattutto se diventano sempre più importanti per noi. Senza di essa non sarà possibile restare fermi sulla nostra posizione quando il partner, gli amici, o la famiglia faranno pressione su di noi, perché se è vero da un lato otteniamo il vantaggio di garantirci la loro vicinanza, dall’altro rischiamo di “perdere” noi stessi. Questo profondo bisogno di “fusione” con l’altro è inconscio, ed è in grado di infrangere tutti i valori ed i confini che conferiscono una struttura alla nostra vita: il “prezzo” che pagheremo per assecondare questo simbiotico desiderio inconscio sarà rappresentato dalla rinuncia a condurre una vita basata su libere scelte individuali, e renderà impossibile lo sviluppo personale ed una propria autonomia.

Peter Schellenbaum, noto psicanalista, ci parla della “tragedia della coppia felice”, descrivendo tutte le pressioni delle immagini stereotipate che ogni coppia subisce: una coppia felice non litiga, non soffre, si riconosce da quanto si mostra felice davanti agli altri, la sessualità funziona alla grande, conosce solo coppie che a loro volta sono felici, e hanno figli felici che vivono in mondi altrettanto felici. Questi dogmi producono un’eccessiva pressione sulla coppia, al punto da sentirsi in dovere di adattarsi ed essere tutt’uno con l’altro, portando i partner ad inibire una comunicazione autentica, ma soprattutto non consentendo l’autorealizzazione del singolo all’interno della coppia.

Dopo l’innamoramento dei primi tempi, la riuscita di un amore è rappresentata dal quel passaggio in cui riprendiamo le distanze e ritorniamo alla nostra posizione ‘Io’, per poter mettere meglio a fuoco il percorso tra il vecchio punto di vista ed il nuovo che ci ha coinvolto così intensamente. Dalla fusione passiamo alla tensione, intesa come due individualità distinte e differenti che si uniscono: questo passaggio rappresenta ciò che Schellenbaum definisce come il “NO” in amore, e che si può tradurre come “IO NON SONO TE“, o anche “TI AMO IMMENSAMENTE, MA NON AL PUNTO DA PERDERMI ED IDENTIFICARMI CON TE“. L’unione, dunque, è resa possibile dall’aver riconosciuto i propri confini e dall’averli distinti da quelli del partner. In quest’ottica, l’amore non si ridurrà ad un’egocentrica contemplazione della propria immagine, poiché la dedizione vera ed autentica per il partner produce anche la conoscenza di Sè stessi. Dovremmo, quindi, abituarci a considerare l’altro come individuo, e non la metà della coppia: anche la persona che amiamo di più non è solamente un partner, ma soprattutto un individuo, “qualcuno” a prescindere da noi. Dal buon esito del “no” in amore, dipenderà la visione che abbiamo di noi stessi e del mondo, e saperlo utilizzare correttamente ha dirette conseguenze su ciò che succede all’interno dello spazio di coppia.

Un aspetto importante, infatti, è rappresentato anche dal modello di coppia con cui siamo cresciuti e che portiamo nelle relazioni sentimentali. Il modello genitoriale “avuto in eredità” può rappresentare un modello di riferimento (o di pressione) rispetto alla propria modalità di vivere le relazioni affettive: ad esempio, se ci è stato “insegnato” che i litigi, le critiche, l’aggressività, le emozioni negative devono essere assolutamente banditi dalla vita di coppia, pena la rottura, è possibile che saremo dei partner sempre cortesi e sintonici con l’altro. Questa inconsapevole (e probabile) adesione ai mandati familiari potrebbe non consentire alla coppia di condividere apertamente i propri bisogni e sentimenti più profondi: l’amore consiste nell’arrendersi e nel dedicarsi attivamente al Tu, quindi anche a condividere col Tu le parti meno interessanti e sconcertanti della propria personalità. Ecco perché due persone che si amano, dovrebbero partire dal presupposto che non si completano in nessun senso, ma nonostante questo si amano, assumendosi la responsabilità di definire la propria individualità e gli aspetti che la compongono.

Nel legame d’amore, infatti, è importante saper imparare ad integrare: si può essere infelici, infedeli, confusi, folli, cattivi e si può fare spazio a quelle che potremmo definire “esperienze contraddittorie”: quante emozioni distruttive possono risvegliarsi in una coppia legate anima e corpo? E’ importante sottolineare che queste esperienze non devono necessariamente essere agite, tuttavia è fondamentale saperle riconoscere: dalla tensione tra si e no, tra bene e male, tra buono e cattivo, tra costruzione e distruzione, tra vita e morte, scaturiscono quell’energia, quella forza e quei significati che danno energia e vitalità alle vite di due persone che si amano, oltre che offrire ad ognuno una possibilità di crescita e conoscenza individuale.

Dott.ssa Valeria Gonzalez – Psicologa Psicoterapeuta

BIBLIOGRAFIA

Schellenbaum P., (1992), Il No in amore, red! – Il Castello, Cornaredo (MI).

Schnarch D., (1977), La passione nel matrimonio – Sesso e intimità nelle relazioni d’amore, Raffaello Cortina Editore, Milano.

ESSERE ADOLESCENTI NELL’ERA DEGLI ‘I-GEN’: LA SOLITUDINE RELAZIONALE DIETRO LO SCHERMO

Il periodo estivo, si sa, rappresenta quasi per tutti, giovani e meno giovani, un momento in cui i frenetici ritmi quotidiani vanno a rallentarsi per fare spazio al relax e ad un maggior tempo libero: in parole povere, diamo il benvenuto alle tanto desiderate vacanze!

Per svariati motivi, i mesi estivi, inoltre, rappresentano un periodo dell’anno in cui le relazioni sociali aumentano: il rallentare del tempo e la temporanea pausa dai soliti tram tram quotidiani ci portano ad organizzare e a prendere parte, con maggiore frequenza, a feste, grigliate, giornate al mare e/ o in montagna, viaggi, cene, rimpatriate, concerti, insomma tutte occasioni che rappresentano un modo per appagare quel maggiore bisogno di leggerezza e socialità che l’estate porta con sé.

Eppure, soprattutto tra le ultime generazioni, può accadere che l’avvento delle alte temperature e l’aumentare del tempo libero rappresentino un momento estremamente faticoso per relazionarsi maggiormente faccia-a-faccia, con la conseguenza di lasciarsi andare ad un vizioso circolo di solitudini, o, al più, sostituendo le interazioni virtuali a quelle in carne ed ossa. Potrebbe sembrare, dunque, che l’attività “dietro lo schermo”, che sia di un pc o di uno smartphone, e l’utilizzo delle piattaforme social, dovrebbero aiutare a sentirci meno soli e a circondarci da amici in ogni momento, tanto quanto tra persone in carne ed ossa, ma non è detto che sia propriamente così.

Nel 2017 la dott.ssa Jean Marie Twenge, docente di Psicologia alla San Diego University, grazie ad un accurato ed appassionato studio, ha presentato il fenomeno delle “iGeneration”, bambini e ragazzi nati tra il 1995 ed il 2012; la dott.ssa Twenge ha evidenziato che, tra le tendenze principali che definiscono tali generazioni, e quindi, l’intera società, vi è l’incorporeità, cioè il declino delle interazioni sociali, e l’isolamento, privilegiando la tendenza all’iperconnessione, ovvero la scelta del cellulare a discapito di altre attività.

Sembra che gli iGen, che trascorrono numerose ore della loro giornata sui social, in realtà siano più propensi ad ammettere: “Spesso mi sento solo”, “Spesso mi sento escluso”, “Spesso vorrei avere più amici veri”, dando conferma del fatto che gli adolescenti che passano più tempo con gli amici in carne ed ossa siano più felici, meno soli e depressi, a differenza di quelli che trascorrono intere ore, se non giorni, sui social, risultando più tristi e solitari.

Tale studio sembrerebbe confermare che le relazioni vis-à-vis rappresentino un importante fattore di protezione proprio per difendersi dalla depressione e dalla solitudine, non solo nel periodo estivo, ma in generale: l’uso massiccio e costante dei social rischia di diventare un misero surrogato dei legami emotivi e delle abilità sociali, rischiando di contribuire alla crescita della depressione e di altri disturbi correlati alla salute mentale tra i teenager.

Gli iGen, che di fatto saranno gli adulti “di domani”, stanno crescendo in un mondo dove la comunicazione online prevale sempre più, ma non possiamo non considerare che le relazioni e le abilità sociali saranno sempre necessarie: per dare esami all’università, per viaggiare, per lavorare, per crearsi una famiglia, per dare un senso alla propria esistenza. Anche se spesso le esperienze con i social media sono positive e aiutano ad integrarsi, queste non possono assolutamente sostituire le relazioni concrete: “Se hai contatti con le persone in carne ed ossa, stare con loro ti porta ad avere emozioni reali. Fare qualcosa insieme, ottenere risultati insieme, ti fa stare bene, capito? Si condividono emozioni, si litiga e si fa pace. Con i social media non si provano davvero queste sensazioni“, dice Kevin, 17 anni.

Le abilità sociali richiedono impegno ed esercizio, come imparare a leggere e a scrivere: per questo è importante incentivare gli iGen a svilupparne, poichè a differenza dei loro genitori, sono sicuramente meno motivati a credere di più in tali competenze. Spesso conoscono l’emoji più adatta per ogni occasione, ma non la giusta espressione del viso, come guardare le persone negli occhi, parlarci insieme, comprenderne i sentimenti.

Insomma, come adulti e come genitori delle generazioni future, l’impegno che possiamo e dobbiamo assumerci è di far capire ai nostri figli che le relazioni rappresentano un vero e proprio investimento per il loro futuro: iGen (e non!), mollate la presa visiva dagli schermi ed iniziate a guardarvi e a parlarvi di più faccia-a-faccia!

Dott.ssa Valeria Gonzalez – Psicologa Psicoterapeuta

BIBLIOGRAFIA

Twenge Jean Marie, (2018), “Iperconnessi – Perchè i ragazzi oggi crescono meno ribelli, più tolleranti, meno felici e del tutto impreparati a diventare adulti“, Einaudi Editore, Torino.

DANZANDO CON LE RELAZIONI

La danza della vita, Edvard Munch, 1899, Galleria Nazionale di Oslo.
La danza dell’amore di una donna, attraverso le varie fasi del ciclo di vita.

” I rapporti si scelgono e subiscono, si costruiscono e distruggono

vari versatili e variabili, non sottometterli a una norma.

E pensare che alle volte sembra ci imprigionino,

e pensare che altre volte invece non ci bastano

uno che ci faccia ridere, un altro piangere,

come sempre, come ovunque, come noi.

Niccolò Fabi, Rapporti

Il mio interesse per le relazioni, per i rapporti, probabilmente nasce nel momento in cui sono venuta al mondo: sono sempre stata incuriosita ed affascinata dall’interazione con l’altro, dall’ascoltare altre storie diverse dalla mia, dello stare in contatto.

Dunque, come mai la scelta di pensare alle relazioni come uno spazio terapeutico e metaforico in cui poter danzare, assieme? La danza, se vista come un linguaggio accessibile a tutti, rappresenta uno strumento di inclusione sociale, e l’utilizzo che facciamo del nostro corpo, nel suo significato originario, si mostra come veicolo primario di cui disponiamo per relazionarci con il mondo. 

In psicoterapia avviene la stessa cosa: che sia un percorso individuale, di coppia o familiare, terapeuta e paziente decidono di mettersi in relazione attraverso il proprio corpo, e a seconda del tipo di percorso scelto. Potremmo trovarci davanti ad una coreografia in cui è il solo paziente ad esserne protagonista; oppure un passo a due, come nella terapia di coppia; o ancora, una coreografia di gruppo, nel caso di una terapia familiare. Il palcoscenico su cui ci si esibisce è rappresentato dallo spazio terapeutico che il singolo, la coppia o la famiglia co-costruisce assieme al proprio terapeuta.

Il movimento è un aspetto fondamentale della relazione terapeutica, che porta con sè l’obiettivo della possibilità di scelta per il soggetto in terapia. E’ un processo di continua trasformazione, all’interno del quale avvengono numerosi scambi di significati. Ecco perchè, quando parliamo di relazione tra due o più individui, la si può paragonare ad una danza in cui si è in funzione reciproca: nello specifico della relazione terapeutica, il paziente è in funzione del terapeuta, e viceversa.

Il cambiamento e la crescita, dunque, non avvengono perché è il terapeuta a sollecitarlo, ma perché si viene a creare una relazione in cui il singolo, la coppia o le famiglie si sollecitano a vicenda, all’interno di una propria sinfonia, con l’obiettivo di trovare un proprio ritmo ed un proprio tempo, esattamente come nella danza.

Questo blog nasce dal desiderio di poter condividere, con chi lo visiterà, numerosi aspetti della mia professione di psicologa e psicoterapeuta, e degli interessi che gravitano attorno a queste discipline, a me molto care.

Buona navigazione!

Dott.ssa Valeria Gonzalez